Dal manichino alla real doll. La bambola nella visualità contemporanea

Alessandra Olivares

Abstract


La bambola, nelle sue svariate manifestazioni di sostituto della donna reale, da almeno quarant’anni a questa parte è un soggetto al centro delle poetiche di tanti artisti che attraverso essa veicolano stereotipi, idee ed esperienze legate all’universo femminile. Eppure nel corso del tempo è profondamente mutato il modo di intendere e rappresentare questo oggetto, che è uno dei più discussi e controversi dei nostri tempi proprio per l’inquietante familiarità che non lascia indifferente chi lo osserva. Soprattutto nel caso delle real dolls o sex dolls, così verosimili e curate nei minimi dettagli da sembrare reali. Trascurando le polemiche e gli aspetti legati al discutibile business erotico di cui queste bambole fanno parte, ciò che non si può ignorare è che sempre più spesso esse sono al centro di progetti d’arte che sembrano veri e propri studi psicologici intorno alla sfera emotiva dell’individuo.
Sono numerosi gli artisti che attraverso un abile uso dello strumento fotografico, unito a set studiati nei minimi particolari, agli accessori e alle pose, impegnano la propria ricerca intorno alla possibilità di far trasparire sentimenti da un soggetto che notoriamente non può provarli.
Ma perché è così importante dotare di un’anima questi corpi inanimati? Perché abbiamo tanto bisogno di questi surrogati per far emergere sentimenti ed emozioni umane?
Dopo l’uso smodato e ossessivo della poetica della bambola in ambito surrealista, a partire dagli anni Settanta questo soggetto viene recuperato e utilizzato come una sorta di specchio in cui far riflettere quel processo di manipolazione e reificazione di un corpo dalla fisicità sempre più artificiale, e dei progressi della chirurgia plastica e dell’ingegneria genetica come tappe cruciali della costruzione di un uomo-macchina-cosa. Tra gli esponenti di quest’arte, notoriamente definita post-umana, vi sono il pioniere Helmut Newton, seguito da Cindy Sherman, Nick Knight, Charles Ray e Vanessa Beecroft, solo per citarne alcuni.
Ciò che tuttavia viene indagato è l’inversione di marcia che possiamo notare in molti artisti. Nelle poetiche di Laurie Simmons, Beatrice Morabito, Azusa Itagaki e Elena Dorfman, emerge l’urgenza di recuperare umanità e vulnerabilità, caratteristiche che i messaggi massmediali hanno a lungo tentato di annullare in nome di una spersonalizzante omologazione e della cultura del successo a tutti i costi. È così che la bambola da classico stereotipo della donna-oggetto, di un corpo sempre più manipolato e artificiale, diventa un soggetto da amare e di cui prendersi cura o con cui condividere esperienze reali ed affettive. Riflesso di una società affetta da autismo e narcisismo?

Parole chiave


Helmut Newton; Cindy Sherman; Laurie Simmons; Beatrice Morabito; Azusa Itagaki; Elena Dorfman

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DOI: 10.6092/issn.2240-7251/4584

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