Percorsi di Ancien Régime: le ragioni delle ‘collezioni invisibili’

Sandra Costa

Abstract


Già durante l’Ancien Régime allestire una collezione significava scegliere cosa e dove mostrare le proprie raccolte, e a chi e come renderle visibili secondo opzioni estetiche e collezionistiche, ma anche sociali o politiche.

Il saggio è dedicato a quello che si potrebbe forse definire un ‘display dell’invisibile’, cioè a quegli interventi sapientemente organizzati per filtrare il pubblico o per filtrare la visione di alcuni generi o di singole opere all’interno delle collezioni.

Se l’accesso alle collezioni aristocratiche si operava tramite una selezione sociale e culturale, la visita della stessa collezione, a seconda dell’autorevolezza del visitatore, si sviluppava in modi e tempi diversi, e sono degni di attenzione i filtri museologici del “fare galleria”: dagli stipi che racchiudevano i pezzi più delicati o preziosi, alla funzione separatrice della tenda – aperta o chiusa – che modificava le relazioni contestuali tra le opere e che può essere letta anche come uno strumento curatoriale per ordinare e strutturare sensazioni e giudizi.

Il didattito settecentesco toccare anche la mancata esposizione al pubblico dell’arte contemporanea e diventare questione direttamente collegata all’attualità della produzione artistica. Con l’Illuminismo le collezioni invisibili o percettivamente non fruibili cominciano ad essere considerate un danno etico per l’intera Nazione.


Parole chiave


collezionismo; display; museologia; Settecento

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DOI: 10.6092/issn.2240-7251/8246

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